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Raccontarsi..che fatica! Ecco perchè

C’è una scena che si ripete più spesso di quanto immaginiamo: una professionista brillante, competente, con anni di esperienza e risultati concreti alle spalle, che davanti alla pagina bianca del suo blog o al cursore lampeggiante di LinkedIn si blocca. Non perché non abbia nulla da dire, ma perché dire di sé diventa improvvisamente difficile, quasi scomodo. E allora il silenzio prende il posto delle parole, oppure arrivano contenuti generici, corretti ma freddi, che non restituiscono davvero il valore di chi li ha scritti.

La verità è che la difficoltà nel raccontarsi non ha quasi mai a che fare con la mancanza di idee. Al contrario, spesso nasce da un eccesso di consapevolezza, da una stratificazione di esperienze, aspettative e timori che rendono il processo narrativo più complesso di quanto sembri.

Uno dei primi ostacoli è la percezione del confine tra professionalità e esposizione personale. Molte professioniste temono che raccontarsi significhi “esporsi troppo”, perdere autorevolezza o risultare poco credibili.

È una convinzione radicata, soprattutto in contesti dove per anni è stato implicitamente richiesto di mantenere una certa distanza emotiva. Eppure, oggi, chi legge non cerca solo competenze: cerca connessione, riconoscimento, autenticità.

Pensiamo, ad esempio, a una consulente HR con quindici anni di esperienza nella selezione del personale. Potrebbe limitarsi a condividere consigli tecnici su come scrivere un CV efficace, e sarebbe già utile.

Ma quando racconta di quella volta in cui ha dovuto gestire un colloquio difficile con un candidato in forte crisi emotiva, spiegando come ha scelto di mettere da parte la rigidità del processo per privilegiare l’ascolto, allora succede qualcosa di diverso: la competenza prende vita, diventa concreta, memorabile.

Un altro elemento che pesa è il timore del giudizio. Non tanto quello esplicito, quanto quello silenzioso, implicito, che si immagina arrivare da colleghi, clienti o addetti ai lavori.

“Sto dicendo qualcosa di banale?”, “Questa cosa la sanno già tutti”, “E se qualcuno non fosse d’accordo?”.

Domande che spesso non emergono in modo conscio, ma che lavorano in sottofondo e finiscono per bloccare la scrittura prima ancora che inizi.

Eppure, ciò che per una professionista è “ovvio” è spesso illuminante per chi legge. È il classico effetto dell’esperienza: più si è esperti, più si tende a dare per scontato ciò che si è appreso negli anni. Un’avvocata specializzata in diritto del lavoro, per esempio, potrebbe ritenere banale spiegare le differenze tra dimissioni volontarie e risoluzione consensuale. Ma per un imprenditore alle prime armi, o per un dipendente che si trova ad affrontare una situazione complessa, quella spiegazione può fare una differenza enorme.

C’è poi un tema più sottile, ma profondamente rilevante: la difficoltà di riconoscere il proprio valore. Non in senso teorico, ma nel momento concreto in cui bisogna tradurlo in parole. Raccontarsi implica scegliere cosa dire, cosa mettere in evidenza, quale esperienza portare come esempio. E questa selezione richiede una forma di legittimazione interna che non è sempre così scontata.

Prendiamo il caso di una copywriter che ha lavorato per anni dietro le quinte, dando voce ai brand degli altri. Quando si tratta di parlare di sé, può trovarsi spiazzata: abituata a valorizzare il lavoro altrui, fatica a fare lo stesso con il proprio. E così, invece di raccontare il percorso che l’ha portata a sviluppare uno stile riconoscibile o una particolare sensibilità strategica, rischia di rifugiarsi in descrizioni generiche del tipo “mi occupo di contenuti”.

In realtà, è proprio nella specificità che si costruisce l’autorevolezza. Raccontare, ad esempio, come si è riusciti a riposizionare la comunicazione di un cliente in difficoltà, quali scelte sono state fatte, quali errori evitati o corretti lungo il percorso, restituisce una profondità che nessuna definizione standard può offrire.

Un ulteriore fattore è legato al tempo e alle priorità. Le professioniste, soprattutto quelle che lavorano in proprio o ricoprono ruoli di responsabilità, sono spesso immerse in agende fitte, scadenze serrate, richieste continue. Raccontarsi diventa qualcosa di “importante ma non urgente”, e per questo viene rimandato. Il problema è che, nel lungo periodo, questa mancanza di narrazione crea una distanza tra il valore reale e quello percepito all’esterno.

È un po’ come avere un curriculum ricchissimo chiuso in un cassetto: esiste, ma non genera opportunità.

E allora, come si supera questo blocco?

Il primo passo è cambiare prospettiva: raccontarsi non è un atto autoreferenziale, ma un servizio. Significa mettere a disposizione degli altri il proprio sguardo, la propria esperienza, gli errori e le soluzioni trovate lungo il percorso. In questo senso, ogni contenuto diventa un ponte tra chi scrive e chi legge.

Un approccio utile, ad esempio, è partire da situazioni reali. Invece di chiedersi “di cosa posso parlare?”, può essere più efficace domandarsi: “Qual è stata l’ultima situazione complessa che ho gestito?” oppure “Quale domanda mi fanno più spesso i miei clienti?”. Da lì, costruire un racconto che unisca contesto, azione e riflessione.

Immaginiamo una consulente di comunicazione che riceve spesso clienti convinti di “dover essere su tutti i social”. Potrebbe trasformare questa esperienza ricorrente in un articolo in cui spiega perché la presenza digitale non è una questione di quantità, ma di coerenza strategica, portando esempi concreti di aziende che hanno ottenuto risultati migliori concentrandosi su un solo canale ben gestito.

Infine, è fondamentale accettare che il racconto di sé è un processo, non un risultato immediato. Non serve trovare subito la formula perfetta o il tono definitivo. Serve iniziare, osservare cosa risuona, cosa genera dialogo, cosa invece resta in superficie.

Perché, in fondo, le professioniste non fanno fatica a raccontarsi perché non hanno idee. Fanno fatica perché hanno molto da dire, e dare forma a quel “molto” richiede tempo, ascolto e una buona dose di coraggio. Ma è proprio lì, in quello spazio inizialmente scomodo, che nasce una comunicazione capace di distinguersi davvero.

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